Pharmakos, il libro

Pharmakos - Il Libro

Era sera e le foto di Naphta ricoprivano il pavimento del suo soggiorno.

Gli occhi di Claudio, Gianluca e Valentina ispezionavano freneticamente le stampe per la scrematura finale, gli sguardi attenti che zigzagavano tra le decine di immagini e l’espressione di chi è costretto a rinunciare a porzioni di sé. Quella sera mi chiesero di collaborare al libro.

La particolare attenzione che Claudio ripone nella mutazione del senso del lavoro della sua compagnia, attraversata dal fare di altri artisti, lo ha spinto a sottolineare più volte che la pubblicazione «non doveva essere una raccolta di immagini di resoconto». Il suo desiderio era di «proseguire un viaggio all’interno di una materia che aveva cose da dire oltre l’elemento scenico».

Di fronte alla prima bozza del libro, confezionata per valutare la sequenza di fotografie e scritti, e nel dover scegliere che taglio dare alla copertina, ho avvertito un forte stridore tra il desiderio di Claudio ed il prodotto che stava prendendo forma.

Sebbene fosse necessario mantenere una divisione rigorosa tra immagini e testi per delineare due luoghi distinti del libro – uno dedicato alla contemplazione delle immagini e l’altro per l’approfondimento sui temi innescati dal progetto Pharmakos – occorreva dare a questo oggetto una continuità in termini di “luogo” nel quale il lettore compie l’esplorazione, sia per allontanare il prodotto dalla categoria dei “cataloghi d’arte”, denotando immediatamente la natura atipica dell’operazione, enfatizzando il viaggio ed il senso del lavoro fotografico, sia per mantenere viva la presenza delle immagini anche durante la lettura dei testi di approfondimento, evitando la camera stagna delle pagine di testo che non vogliono essere un’appendice al lavoro fotografico, dando rilievo alla complessità e all’integrazione del progetto nelle sue parti.

Scegliere quali immagini utilizzare come “sfondo” per i testi era impossibile. Sarebbe stato difficile evitare il significato didascalico. La precisione della singola immagine avrebbe distratto il lettore e in molti avrebbero cercato i punti di contatto tra l’immagine e lo scritto.

Di qui la necessità di elaborare un sistema che conservasse il “suono ed il sapore” delle immagini di Gianluca, che potesse essere utilizzato come sintesi visiva e che fosse simbolicamente legato a Pharmakos. Il bisturi del chirurgo si posa sulle immagini, le seziona in sottili strisce dallo spessore variabile, vengono ricomposte alternando pieni e vuoti, generando una trasparenza fatta di tagli dove la singola immagine si mischia alle altre ma resta – nella porzione a lei dedicata – intatta, fedele all’originale.

Gli scatti di Gianluca violano il palcoscenico di Claudio e vengono violati a loro volta proprio laddove si celebra la sua grande capacità fotografica. Un sistema di tagli e sovrapposizioni delle fotografie che diventa un filo conduttore, una matrice per distillare le sensazioni di diverse immagini e trasmetterle in simultanea. Un’interferenza nella trasmissione di un messaggio visivo che apre altri mondi a testimonianza di un fare – quello di Città di Ebla – che non si limita a produrre, ma che sconfina costantemente nella contaminazione.

 



01/24/2010 :: Back to: